top of page

Isola che Torna raccontata a Sestarete TV e Radio

22 set
Tempo di lettura: 4 min

Da Londra alla Sicilia, da una scelta personale a un podcast. E poi le storie, gli incontri e la domanda "e se scoprissimo di essere molti più di quanto pensiamo?"


La parola “diretta”, lo confesso, all’inizio continuava a rimbombare in testa. Diretta… DIRETTA… siamo davvero in diretta?


Qualche emozione si è fatta sentire nei primi minuti. Poi mi sono ricordato che ero lì per raccontare qualcosa a cui tengo molto.


Il 18 settembre 2026 sono stato ospite di Sestarete TV e Radio per parlare di Isola che Torna. Antonella, la conduttrice, si era imbattuta nel podcast durante l’estate, ascoltando le storie delle persone che hanno deciso di tornare, restare o arrivare in Sicilia. E così, quasi inevitabilmente, siamo partiti dalla mia.



Quando nel puzzle mancavo io

Sono tornato in Sicilia quasi tre anni fa, dopo aver vissuto a lungo fuori, tra Londra e la Spagna. A Londra avevo costruito molto: un lavoro, amicizie, relazioni, una casa. Da fuori, il puzzle sembrava quasi completo. Eppure, proprio quando avevo raggiunto molti degli obiettivi che mi ero prefissato, un pezzo del puzzle non si incastrava.


Quello che mi mancava erano la mia gente, la Sicilia, la sicilianità e, inevitabilmente per chi è cresciuto alle sue pendici, l’Etna. Da lì è arrivata una decisione piuttosto radicale, quella di vendere la casa appena comprata tornare.


Ma Isola che Torna non nasce per raccontare soltanto la mia storia. La mia esperienza è stata semplicemente una porta d’ingresso verso una domanda molto più grande:

quanti altri stanno facendo la stessa scelta?


C’è un’altra Sicilia che forse raccontiamo troppo poco

C’è una frase che, in forme diverse, molti siciliani conoscono bene,“Qui non cambia mai niente. Se vuoi costruirti un futuro devi andare via.”


Non penso che questa convinzione sia nata dal nulla. Fa parte della nostra storia, delle esperienze di tante famiglie e di generazioni che hanno lasciato l’isola. Ma non è l’unica storia possibile.


Accanto alla Sicilia di chi parte esiste anche quella di chi ritorna. Di chi non è mai andato via e continua a costruire. Di chi arriva da un’altra regione o da un altro paese e decide che questa terra può diventare casa.


È questo il movimento che provo a raccontare con Isola che Torna.

Non per trasformarlo in una narrazione ingenuamente positiva della Sicilia. Le difficoltà esistono e nelle puntate cerco di far emergere anche paure, dubbi, ostacoli ed errori.

Ma insieme a questi c’è anche una domanda che ricorrente, quella del “Sono solo a fare questa scelta?”


La risposta che continuo a trovare, intervista dopo intervista e incontro dopo incontro, è "no, non siamo soli!"


Dal passaparola alla comunità

Durante la diretta abbiamo parlato anche degli incontri tra persone tornate in Sicilia, persone rimaste e persone semplicemente curiose di conoscere altre esperienze.


La sera precedente all’intervista, per esempio, ci eravamo ritrovati a Catania. Tante persone con percorsi diversi, alcune tornate dopo anni fuori, altre mai partite. E facendo quello che in Sicilia sappiamo fare molto bene — parlare, presentarci, connetterci, dire “aspetta, conosco qualcuno che potrebbe interessarti” — hanno iniziato a circolare contatti, link, idee e possibilità.


Ed è proprio qui che mi interessa provare a ribaltare una prospettiva.

Una società fortemente basata sulle relazioni, sul passaparola e sul “da cosa nasce cosa” può avere evidenti limiti. Ma cosa succede se prendiamo quella stessa capacità relazionale e la trasformiamo intenzionalmente in rete, collaborazione e comunità?


Per condividere informazioni, incontrare persone che affrontano gli stessi problemi e far circolare opportunità che altrimenti rimarrebbero invisibili. Non perdere il valore umano del passaparola, quindi, ma farne uno strumento aperto, capace di avvicinare anche chi ancora non conosciamo.


Una Sicilia fatta di puntini

A un certo punto dell’intervista mi è venuta spontaneamente un’immagine che continuo a portarmi dietro. Immagino la Sicilia come una grande mappa.

Sulla mappa ci sono tanti piccoli punti luminosi.


Una persona a Catania. Una a Palermo. Una nei Nebrodi. Un’altra in un piccolo paese dell’entroterra. Qualcuno appena tornato da Londra, qualcuno che non è mai partito, qualcun altro arrivato qui da lontano.


Presi singolarmente possiamo avere l’impressione di essere soli. Ma cosa accade quando quei punti iniziano a riconoscersi e a tracciare delle linee tra loro?


Dall’incontro possono nascere idee, progetti e possibilità che prima non riuscivamo a vedere. Quei puntini, uno alla volta, si illuminano e cominciano a ricongiungersi.


Perché davanti alle difficoltà dell’isola è facile sentirsi isolati, mentre la connessione può generare nuove idee e nuovi progetti.


Forse Isola che Torna vuole essere soprattutto questo. Non il centro della mappa.

Solo uno dei modi possibili per unire i puntini.


L’Etna, Waterloo e un piccolo seme

Verso la fine dell’intervista ho ricordato un aneddoto.

Ero a Londra, alla stazione di Waterloo. Su uno dei grandi schermi della BBC apparve l’immagine dell’Etna in eruzione.


Mi fermai. Iniziai a piangere.


Perché quando si vive lontano ci sono legami con la propria terra che si possono mettere da parte, ignorare per un po’, forse persino convincersi di avere superato. Poi basta un’immagine e tornano fuori.


Per me l’Etna è sempre stata l’ultima a salutarmi quando vado via e la prima ad accogliermi quando torno.


Il podcast nasce da quel legame. Sono tornato con una convinzione molto semplice: ognuno di noi può provare a mettere un piccolo seme. Non sappiamo se germoglierà.

Non vedremo nemmeno quello che diventerà tra cinque, dieci o vent’anni.

Ma possiamo comunque seminarlo per lasciare qualcosa alle generazioni che verranno.


Se ti riconosci in questa visione, entra in contatto. Conosciamoci, condividiamo esperienze e continuiamo a unire i puntini.


Grazie, Daniele

Commenti


bottom of page